Pioniere: Tina Lagostena Bassi - Processo per stupro
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Pioniere: Tina Lagostena Bassi – Processo per stupro

Bandiera italiana, martelletto e statuetta simbolo della Giustizia

Nasceva cento anni fa Tina Lagostena Bassi, che i più giovani ricorderanno forse come giudice del programma televisivo Forum.

Fu molto di più anche se, con la scelta di partecipare ad un programma di larga diffusione popolare, confermò la sua convinzione che il mezzo televisivo dovesse essere utilizzato anche per educare il pubblico ai principi di giustizia.

Augusta Bassi, genovese coniugata Lagostena, fu un’avvocata e politica italiana tra le poche a scegliere giurisprudenza, in un’epoca, gli anni Cinquanta, in cui gli avvocati erano quasi tutti uomini e le rare avvocate si occupavano perlopiù di diritto di famiglia. 

Lagostena Bassi no. Scelse il diritto penale, si laureò con Giuliano Vassalli, padre del Codice di Procedura Penale tuttora in vigore, e divenne assistente alla Facoltà di Giurisprudenza. Come la maggior parte delle avvocate dell’epoca, iniziò la professione collaborando nello studio del marito ma ben presto la sua visionarietà e il suo amore per i diritti delle donne la portarono a seguire la propria strada professionale. 

Negli anni Settanta, anni caldissimi per l’affermazione dei diritti femminili – la riforma del diritto di famiglia cui Lagostena Bassi contribuì è del 1975 –, collaborò con l’ufficio riforme del Ministero di Grazia e Giustizia e divenne celebre come una delle più accese sostenitrici dei diritti delle donne, in particolar modo per aver assunto la difesa di due donne vittime di stupro in casi all’epoca famosissimi e tuttora noti. 

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tribunale – newsmondo.it

I 2 casi di stupro seguiti dall’avvocato

La prima difesa fu quella di Donatella Colasanti contro Angelo Izzo nella tragica vicenda del Massacro del Circeo, la seconda quella di una giovane ragazza di Latina, Fiorella, nel processo per gli stupri di Nettuno del 1978.

Quest’ultimo processo fece epoca: fu infatti il primo processo per stupro mandato in onda dalla RAI il 26 aprile del 1979, oggetto di numerose richieste di replica e che scosse l’opinione pubblica.

L’idea della messa in onda nacque durante un convegno intitolato “Violenza sulle donne” organizzato dall’Internazionale Femminista alla Case delle Donne di Roma. Il punto cruciale emerso al convegno – che purtroppo talvolta, incredibilmente, si ripropone ancora oggi – è che in ogni parte del mondo avesse luogo un processo per stupro la donna si trasformava in imputata

Il ruolo di Loredana Rotondo

Fu così che un’altra donna visionaria, Loredana Rotondo, propose al coraggioso direttore di RAI 2, Massimo Fichera, di filmare un processo per stupro in Italia: ne nacque il documentario “Processo per Stupro” diretto a sua volta da una donna, Loredana Dordi.  

Diffuso in tutto il mondo con il titolo di “Trial for Rape”, presentato al Festival di Berlino nominato agli Emmy Awards e vincitore di numerosi premi, è persino conservato in copia al MOMA di New York

Il documentario, girato al Tribunale di Latina, seguì il processo in cui Tina Lagostena Bassi difese la diciottenne Fiorella che ebbe il coraggio di denunciare violenza carnale di gruppo (allora non esisteva il reato di stupro) quattro uomini, tra i quali un conoscente, Rocco Vallone dal quale Fiorella, lavoratrice in nero, era stata invitata a discutere in una villa una proposta di lavoro stabile. 

Il processo fu complesso poiché la vittima conosceva l’imputato principale e sul suo corpo non erano stati riscontrati segni di percosse o maltrattamenti

In un’intervista del 2007, Tina Lagostena Bassi ricordò come il documentario avesse mostrato al pubblico quanto gli avvocati difensori, e talvolta i giudici, potessero essere altrettanto brutali degli stupratori nei confronti delle donne, inquisendo sui dettagli della violenza e sulla vita privata della vittima, trasformandola in imputata

  • una donna “di buoni costumi” non poteva essere violentata; 
  • se c’era stata una violenza doveva evidentemente essere stata provocata da un atteggiamento sconveniente da parte della donna; 
  • se non c’era una dimostrazione di avvenuta violenza fisica o di ribellione, la vittima doveva essere consenziente.

Sono passati oltre quarant’anni, l’atteggiamento e la consapevolezza sono cambiate, ma siamo tutt’oggi a discutere, in Parlamento e nei bar, di prova della manifestazione del consenso.

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ultimo aggiornamento: 19 Febbraio 2026 15:04

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